allinei il quinto caffè pre-ufficio.
ricordi di aver preso una decisione semplice, tipo “mi fermo da qui all’ufficio in tutti i bar che espongono illy”.
ma ti ritrovi incline al compromesso e al quinto caffè hai per le mani una tazzina di caffè mauro.
senza nulla togliere al caffè mauro.
solo che.
solo che dopo aver finito il caffè, hai la nitida percezione che un evento debba separarti dalla porta.
lo sai, ti rendi conto anche che si tratta di un gesto quotidiano di una scontatezza disarmante.
ma pensi, pensi. niente. cosa devo fare prima di uscire dal bar?.
e lo sai che è una cosa semplice.
ti guardi attorno, cerchi indizi. disperatamente.
ti aggrappi a piccoli eventuali segnali, ma nulla.
la signora dietro al bancone sorride.
gli altri clienti parlano.
che cazzo parlano?
tu sei lì e non riesci a afferrare gli estremi del tuo prossimo gesto.
lo sai che non puoi semplicemente andare verso la porta e andartene.
ma cosa devi fare?
poi lo vedi.
lo vedi, il cliente modello.
lo osservi.
sta..
sta..
pagando! pagando.
pagare.
è questo che bisognava fare. a volte le cose semplici sono maledettamente difficili da ricordare.
ora si tratta solo di non perdere la sequenza.
bar-macchina.
chiave-cruscotto.
acceleratore-frizione.
parcheggio.
ufficio.
e proprio lì ti rendi conto che nell’ultima ora ogni cosa si è mossa nel bianco più totale, annegata nel silenzio.
nulla produce rumore
. gli elementi sono pura luce.
hai qualcosa da dire ma non sai esattamente cosa.
step by step entri nella zona plaid.
i colleghi.
i colleghi ti guardano spaventati.
marco sono le otto. cosa ci fai già qui?
uno di loro appoggia le dita sulla fondina.
poi no, affogava semplicemente le dita grasse nel bounty al cocco.
ragazzi oggi tutti a casa, subito, offro io, torre, alfiere, minestra.
poi chiaramente non lo dici perché minestra stona.
poi ti siedi.
concretizzi il concretizzabile.
afferri il portatile e senti la necessità di spaccarlo violentemente sulla scrivania.
solo che ti compare davanti in persona stella solitaria di balle spaziali, ti consegna un mouse e ti dice, “aprilo solo quando te lo dirò io”. glielo ficchi nel culo. senza tanti complimenti.
poi accendi il portatile.
e cazzo, va.
ti chiede la password, per una username improbabile.
che poi è il tuo cognome.
e francamente.
i polpastrelli ti si incollano alla tastiera.
la lingua muove il mouse.
i post-it arancioni di fabbricazione sovietica degni del peggior discount ti azzerano la retina.
dai fuoco discretamente al manuale “Crystal Report Administrator Guide”, perché è di un colore insostenibile.
ti guardi attorno.
sei calmo, molto calmo. tranquillo.
come prima, quando il piccione di città ti è passato vicino all’orecchio e l’hai affettato con gli artigli di adamantio.
attendi che qualcuno ti dica qualcosa, ad esempio “etcì”.
attendi.
niente.
allora rimetti lo scalpello piezoelettrico nel cassetto.
controlli che il cellulare sia ben spento.
e poi hai mille cose da fare. quindi tanto vale che tu non ne faccia proprio nessuna.
tanto tra 1000 e 999 non è che cambi.
e poi.
e poi.
e poi.
e poi.